Le radio di Roma e il calcio tra sconcerto e una certa dose di fascino

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– A modo loro hanno un effetto ipnotico. Ore e ore, tutto il giorno e tutti i giorni, a discutere sul rigore; su un giocatore e, fondamentalmente, sul perché la Roma non vince lo scudetto. Discorsi senza un inizio e una fine: eppure magnetizzano, impediscono di staccare, in un vortice che lascia gratificati, o esausti.

Sono le radio di Roma che parlano di calcio. Neppure a Barcellona, dove la squadra è un mito identitario; neppure a Londra, con più squadre a combattere per ogni titolo possibile e immaginabile; neppure a Milano o Liverpool, dove il calcio è storia e sentimento, esiste un fenomeno simile: 9 radio e oltre 300mila ascoltati al giorno in cui non si parla, letteralmente, di altro. Perché? Perché solo a Roma? Se qualcuno un giorno dovesse studiare le origini del populismo, e della circostanza che proprio a Roma si sia affermato per primo, farebbe bene a sentire un po’ queste radio, perché vi troverebbe la sua essenza, il suo fascino e il suo sconcerto.

 

Se un’auto-rappresentazione del popolo esiste, si trova lì; se un modo di contrapporre élite e popolo è sostenibile, si trova lì; se il complottismo esiste, se ne trovano proprio lì esempi a ogni ora. Perché solo a Roma? Bisogna ascoltarle un po’ e si vedrà che la loro retorica è su Roma e sul suo destino, imperiale un tempo e claudicante adesso.

E la Roma «caput mundi», la Roma dei Cesari (non è un caso che mentre Adidas e Nike celebrino il mito del corpo, per i calciatori della Roma, e solo per essi, se ne celebri la rievocazione mimetica, gladiatoria e imperiale), la Roma che merita un posto centrale nella storia del mondo è il sottofondo implicito di tutta la rabbia e le speranze dentro questo infinito parlare della squadra di calcio. Il sortilegio per cui la Roma non conquista la Champions, o almeno lo scudetto, entra in labirinti kafkiani: c’è sempre un’entità vicina o lontana, concreta o astratta che si muove contro, di cui non si ha la percezione dei confini e del suo fine ultimo, se non appunto d’impedire che il trionfo, suggerito dalla storia della città, s’avveri. Perché allora a Roma? Forse perché la spinta, del tutto meritevole, ad avere una città all’altezza della sua storia, di quel che merita, è diventata una fantasia calcistica, una fuga dalla realtà quotidiana, di buche, disordine e solitudine. Un ribaltamento delle cause e degli effetti, che tenta di riempire un vuoto, altrimenti insostenibile.

fonte    CORRIERE DELLA SERA – PREITI

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