Roma, Roma, Roma ‘azienda’ de ‘sta città

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– Finisce con un Daniele De Rossi visibilmente commosso, intento ad abbracciare uno per uno i compagni di squadra che si sono recati nella Sala Champions di Trigoria, l’ultima conferenza stampa, che potremmo sostanzialmente definire ‘di addio’, dell’attuale capitano giallorosso.

Una mattinata senza alcun senso, quella vissuta martedì scorso da chiunque abbia a cuore i colori della Magica.

Dapprima l’inaspettato annuncio tramite un comunicato ufficiale, non proprio il classico ‘fulmine a ciel sereno’ poiché ormai da troppo tempo a questa parte una fitta coltre di nubi pare essersi addensata sulla Roma e sui suoi progetti futuri, poi la conferenza stampa: un appuntamento che, per usare un termine boxistico, ha praticamente ‘messo all’angolo’ la dirigenza giallorossa, rappresentata nell’occasione dal CEO Guido Fienga, esposta in tutte le sue attuali contraddizioni e fragilità proprio dalle parole di Daniele De Rossi.

Come se non bastasse la dolorosa separazione da colui che forse meglio di chiunque altro ha rappresentato nell’ultimo quindicennio l’anima del calciatore-tifoso giallorosso, durante la conferenza stampa, il CEO Fienga ha liberamente scelto di definire, peraltro a più riprese, la Roma una “azienda”: opzione quantomeno incauta (eufemismo), soprattutto in una circostanza del genere.

Per carità, la direzione in cui ormai il mondo del calcio sta andando è palese a chiunque; tuttavia, perché esporsi ad ulteriori e facili critiche in una giornata già sufficientemente caratterizzata da scelte impopolari? Possibile che nessuno della dirigenza del club fosse a conoscenza di questo particolare e non abbia invitato Guido Fienga a desistere dall’utilizzo di tale termine?

La Roma (purtroppo)non ha alle spalle una storia di grandi trionfi sulla scena nazionale e internazionale, ma di un elemento si è, anzi ormai forse meglio affermare ‘si era’, sempre potuta vantare al cospetto di chi collezionava successi, magari anche in modo poco chiaro (avete presente Calciopoli?): il rapporto viscerale tra sé e i propri sostenitori.

Ecco, tutto ciò adesso non c’è più (o quasi).

Non soltanto colpa dell’attuale gestione societaria, vista la pletora di ‘odiatori professionisti’ presenti all’interno dell’anomalo panorama romano e romanista; tuttavia, James Pallotta & co. certo hanno gran parte delle responsabilità riguardo a questo ‘strappo’ forse insanabile tra la Roma e la sua gente.

Si presentarono come coloro che avrebbero trasformato “la Roma da principessa a regina”, parole del primo presidente made in USA, Tom Di Benedetto, nel lontano 2011 e oggi di tante belle promesse non resta che un pugno di mosche.

Nessun trofeo è entrato nel centro sportivo di Trigoria a partire dal closing dell’aprile del 2011 e dato ben più triste, l’entusiasmo che aveva accompagnato l’arrivo degli americani è stato progressivamente disperso in nome di plusvalenze e scelte spesso discutibili, tanto da essere oggi arrivati ad un clima di aperta contestazione.

E dire che ci sono stati dei momenti in cui questa “azienda”, per usare la parola tanto cara al CEO Fienga, ha dato l’impressione di poter realmente spiccare il volo, tanto dal punto di vista sportivo quanto ambientale.

Si prenda ad esempio lo scorso anno: la Roma batte per 3-0 il Barcellona nel ritorno dei Quarti di Finale di Champions League anche grazie al supporto di un Olimpico infernale, che sostiene la squadra dal riscaldamento ai festeggiamenti post gara. Da tempo non si assisteva a una tale unione di intenti tra i tifosi e la loro Magica. A fine partita, proprio Daniele De Rossi ebbe modo di affermare che “sarebbe ora un delitto disperdere ciò che si è ricreato tra la Roma e la sua gente. Ripartiamo da qui”.

E invece no.

L’ennesima rivoluzione, gli ennesimi addii di calciatori importanti, sacrificati sull’altare delle maledette plusvalenze. Un elemento che, anche in base a quanto affermato proprio da De Rossi in un passaggio della conferenza stampa di ieri, viene ritenuto anche da chi la Roma la vive da dentro uno dei motivi principali dell’anonimato a cui ci si sta sempre più abituando.

Altro possibile fattore di ritrovato entusiasmo era parso essere l’accostamento di Antonio Conte alla Roma; un po’ come avvenne nell’estate del 1999, quando l’allora presidente giallorosso Franco Sensi scelse Fabio Capello quale sostituto in panchina del boemo Zeman, il nome dell’ex Juventus aveva dato l’impressione che il club, o forse meglio dire la “azienda”, di Trigoria volesse dare vita a un ‘new deal’ fatto di più campioni e meno giovani di belle speranze da rivendere al miglior offerente.

Nulla di fatto, ancora una volta.

Antonio Conte ammette pubblicamente che il progetto della Roma non è vincente e tra pochi giorni dovrebbe firmare con l’Inter di Suning, gruppo cinese che, sin dal momento del proprio avvento all’ombra della Madonnina, ha investito pesantemente sul mercato per tentare di riportare i nerazzurri sul tetto d’Italia e d’Europa. Praticamente l’opposto di James Pallotta e soci.

Coloro che si incontrano con capitan Daniele De Rossi, 615 partite con la maglia della Roma, soltanto il 13 maggio per comunicare al ragazzo l’intenzione di non rinnovargli il contratto.

FONTE    INSIDEROMA.COM – MATTEO LUCIANI

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