La pancia del tifoso – di Valeria Biotti

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“Roma-Juve, quando il cuore sfonda il petto”

“E’ la Juventus: odiala!!!” gridava all’indirizzo di Piacentini – dal settore 23, fila 65 posto 4 – il mio vicino di seggiolino, nel lontano 1993. Esigeva cattiveria, determinazione, orgoglio. Quell’odio sportivo che oggi va chiamato con un termine più gentile e che spesso, purtroppo, ha ingentilito e impigrito anche molte falcate.

Era la mia prima partita all’Olimpico: fu imprinting.

Papà, tifoso del Milan, aveva capito presto quanto una figlia che sogna di essere Bruno Conti vada lasciata libera di correre per la sua strada.
Avevo 15 anni. E finalmente ero grande abbastanza. 

L’amico fraterno Michele, di ben 18, scelse per me una Crociata, come prima esperienza: niente di meno. Roma e Juve erano antitetiche da ogni punto di vista.

Noi scendevamo in campo con Lorieri, Bonacina, Lanna, Mihajlovic, Comi, Carboni, Haessler, Piacentini, Balbo, Giannini, Rizzitelli. In panchina Carletto Mazzone. Di fronte, la Juve di Trapattoni.

Fu un’autentica battaglia. Di grida, di cori, di colori. E poi – solo poi – di campo. 

La Roma passò in vantaggio al 31°. Testa di Balbo, su un’uscita a vuoto di Peruzzi. Venne raggiunta al corrispettivo del secondo tempo; ma, tre minuti dopo, insaccò Muzzi, entrato al posto di Rizzitelli. La Roma aveva rimesso le cose rapidamente a posto, mentre il grosso era già accaduto in mezzo. Quando la Juve aveva sbagliato due rigori: un palo di Baggio e un fuori di Vialli, infortunatosi nel calciare.
Portammo a casa un 2-1 rocambolesco e strepitoso; di cui ricordo ben poco, se non il cuore che sfondava il petto. C’ero anch’io. L’avevo fatto anch’io.

La Juventus era “i cattivi”, lo sapevamo tutti. E noi avevamo vinto.

Nella confusione adolescenziale del tempo, cercavo un significato, in tutto questo. Un senso ai palloni bianconeri che non erano voluti entrare. Iniziavo a credere che esistesse un dio del Calcio. Un destino. Una giustizia.

Da allora, tante e tante volte ho assistito al crollo delle illusioni. In più di un’occasione “i cattivi” hanno confermato di poter essere tali senza pagare conseguenze pesanti. Mi hanno sbattuto in faccia che si possa essere “bravi e cattivi insieme”, per usare ancora i termini semplici dei bambini: ineccepibili nel programmare e costruire una realtà solida e vincente, privi di scrupoli nel creare un sistema sul quale più di una sentenza ha già detto. 

Ho visto e sofferto roba da far impallidire Turone. Il violino di Garcia, con i tifosi avversari che sputavano in testa al nostro allenatore. Ho ascoltato la retorica del vincere ad ogni costo. Ho ingoiato la protervia di chi ha anche fatto un buon lavoro ma si distrae un pizzico di troppo, quando esibisce un numero di scudetti impreciso per eccesso.

Ecco perché, domenica, mi sono sentita dentro la maglia di Florenzi come non mai. “Ronaldo è un pallone d’oro e pensa di avere il diritto di fare tutto quello che vuole” – ha sintetizzato. Capisco che gli sia salito il sangue agli occhi. Perché quel Cristiano presuntuoso e spavaldo, con la maglia bianconera addosso, ha sommato il passato e il presente delle nostre differenze e ha reso ancora una volta palese chi siamo e vogliamo essere noi.

Roma Juventus per me è e resta una Crociata. Uno scontro di civiltà. Quella civiltà poetica, per quanto ci riguarda, che oggi qualcuno chiama consolazione dei perdenti. Ma che un domani, invece, dovrà essere l’eleganza della nostra forza, nel caso magari – volesse il dio del Calcio! – quelli forti e bravi a programmare dovessimo diventar noi.

Fonte: Corriere dello Sport, in data 14.05.2019

Valeria Biotti trasmette, inoltre, sulle frequenze  di rete sport 104.200

Dal Lunedì al Sabato dalle ore 18 alle ore 20

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