“Totti, una Roma concreta e mai mercenaria”

La pancia del tifoso ………….       

di Valeria Biotti     IMG_20190220_114852.jpg

 

Se da bambina mi avessero detto che il Calcio era il gioco delle plusvalenze, non me ne sarei innamorata. Se mi avessero detto che Bruno Conti era solo un nome di passaggio, non avrei comprato la sua maglia, non mi sarei tatuata quel 7 nel cuore, non avrei deciso che sarebbe stato il mio numero per sempre.

“Le bandiere non si comprano” mi disse una volta Berlusconi mentre gli domandavo del suo antico interesse per Francesco Totti. Mi sento di aggiungere che, a maggior ragione, non si piegano nemmeno in un cassetto. Le bandiere si piantano nella terra o sulla luna. Che sventolino o che riposino, non smettono di avere un peso – specifico – di essere simbolo, guida e risorsa.

Quanto ingombrano, però, le personalità forti. Quanto imbarazzano. Pro memoria di momenti esaltanti a fronte dei quali l’oggi appare povero d’emozioni, portavoce di un sentimento che si vuole raccontare desueto.
Certo, fa comodo De Rossi che ruggisce in campo. Ma quanto impiccia Totti, mentre ribolle in catene, a margine di un progetto che non sta portando i risultati sperati per nessuno.

In questi giorni, in cui sembra decidersi per l’ennesima volta il destino della Roma, viviamo il rischio che si estremizzi un’antica dicotomia. Quella contrapposizione – prima di principio che di progetto – tra chi auspica un centralismo romano e chi è convinto che il calcio del futuro sia quello delocalizzato, freddamente teorizzato e assemblato. La prima idea erroneamente liquidata come sinonimo di un calcio romantico ma inefficace, la seconda di un progetto potenzialmente più vincente.

Non c’era, Francesco Totti, seduto al tavolo a cui si è iniziato a disegnare il destino della Roma. Anche perché – al solito – uno dei punti in scaletta era proprio lui. Un riconoscimento formale, quello che si vedrà recapitare da Boston; chissà se con margini di concretezza sufficienti per sanare questa frattura del pensiero, questa contrapposizione tifosa e partigiana tra progetti diversamente ambiziosi.

Aveva chiesto un ruolo decisivo e decisorio. Potrebbe essere una buona chiave quella di concedergli non soltanto un ruolo di esecutore di indirizzi altrui, ma almeno quello originariamente immaginato al fianco di Monchi. A ragionare, oggi, col “pool di direttore sportivi”, per la costruzione di una rosa equilibrata, longeva nei suoi assi portanti e competitiva.

L’uomo dal Metodo con la M maiuscola – rivelatosi minuscolo e inesportabile – aveva fin troppo presto accentrato su di sé le quote di responsabilità condivise. Ingoiando lo spazio propositivo sia del Mister che dello stesso Totti.
Ora serve una zona di costruzione di un progetto ancora una volta nuovo. In cui anche chi conosce Roma, Trigoria, il Campionato di serie A  e “quell’ingombro necessario” che sembrano essere i tifosi per molti,  possa dire la sua. Realmente.

A dettare tale proposta non c’è alcuna presunta “fretta risarcitoria” nei confronti del Capitano; nemmeno per il trattamento irrispettoso subito in occasione del suo controverso pensionamento. Ma la fiducia nel suo essere uomo di calcio in senso ampio. E nella convinzione che sappia comprendere con intelligenza come districarsi lungo la linea che separa – e unisce – i sogni di ogni tifoso giallorosso e le esigenze di una Società.

Se da bambina mi avessero detto che il Calcio era il gioco delle plusvalenze, non me ne sarei innamorata. Se mi avessero detto che Bruno Conti era solo un nome di passaggio, forse nemmeno sarei stata della Roma. Oggi so che il calcio non è solo sentimento e bandiere. Ma so anche che senza appartenenza, valori e poesia, noi tifosi ci sveglieremmo un giorno incapaci di amare; mercenari, venduti ad una chimera, ipotesi o promessa di vittoria “ad ogni costo” che non ha niente a che vedere con l’essere della Roma. Davvero nulla con l’essere Noi.

Fonte: Corriere dello Sport, in data 19.04.2019

Valeria Biotti trasmette, inoltre, sulle frequenze  di rete sport 104.200

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