Il vero Monchi è rimasto a Siviglia: tutti gli affari del ds a Roma

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Dopo i trionfi in Spagna non è riuscito a ripetere in giallorosso i colpi di mercato che a casa sua lo avevano portato a essere l’indiscutibile numero uno

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«Qui a Trigoria non c’è appeso il cartello vendesi, ma il cartello si vince». Si presentò così Ramon Rodriguez Verdejo nella sua prima conferenza stampa da direttore sportivo della Roma. A posteriori, un errore clamoroso, soprattutto già sapendo delle necessità economiche di un bilancio che necessitava di plusvalenze per poter rientrare nei paletti di quel marchingegno chiamato fair play finanziario che, viste tante situazioni, facciamo ancora fatica a capire come e per chi funziona. Il risultato è stato che si è venduto, si è comprato, ma non si è vinto nulla. Non è stato certo l’unico errore di Monchi nei suoi due anni, scarsi, passati a Trigoria e dintorni. Ci spiegò, sempre in quella conferenza stampa, che il segreto di un bravo ds non era tanto vendere bene, quanto quello di acquistare i giocatori giusti. Pure qui tutto è stato meno che un successo. Eppure era stato accolto con il tappeto rosso, forte di decenni al Siviglia in cui aveva trasformato una società di serie B in un top club a livello europeo, nove trofei vinti, giocatori acquistati a poco e rivenduti a tanti per un trionfo di quelle plusvalenze che a Trigoria considerano la liquidità fondamentale per poter continuare a pensare in grande.

La tabella degli affari di Monchi nel 2017

Si presentò con un acquisto a sorpresa, il messicano Moreno, difensore centrale, acquistato dal Psv Eindhoven per rafforzare il reparto dei centrali difensivi orfano del ceduto Rudiger, andato al Chelsea dopo che Manolas aveva fatto marcia indietro rispetto al sì che aveva garantito allo Zenit. Cosa che costrinse Monchi alla sua prima brutta figura romana, visto che aveva dichiarato incedibile il tedesco. Moreno lo conoscevano in pochi, ma tutti lodarono la capacità del nuovo direttore sportivo di tenere segreto il suo obiettivo (colse di sorpresa tutti) in una città come la nostra dove c’è sempre un amico dell’amico pronto a spifferare tutto. Moreno è stato un flop come pochi, rivenduto nel gennaio successivo facendoci pure una piccola plusvalenza. In quella sua prima stagione, arrivarono anche Karsdorp, Gonalons (per cinque milioni, applausi a scena aperta), lo sconosciuto turco Under, Defrel, Kolarov (fin qui facendo il rapporto prezzo-rendimento forse il migliore affare), Schick, più il riscatto di Lorenzo Pellegrini. E poi la decisione di prendere Eusebio Di Francesco per la panchina. Sembrava potesse un buon inizio, anche se avevano salutato Trigoria oltre a Rudiger, Salah, Paredes, più i poco rimpianti Doumbia, Mario Rui, Iturbe.

La tabella degli affari di Monchi nel 2018

Nonostante i tanti movimenti, in buona parte era rimasta la Roma di Sabatini, quella che l’anno precedente aveva fatto il record di punti (87) e di vittorie (26) arrivando seconda a quattro punti da quella macchina da guerra chiamata Juventus. Il campo disse che in campionato si era fatto un passo indietro (dieci punti in meno e terzo posto), ma la semifinale di Champions (finale scippata da due arbitraggi scandalosi) con l’impresa contro il Barcellona, ridimensionarono il passo indietro, peraltro relativo visto che comunque per il quinto anno consecutivo ci si era qualificati per la Champions.
Serviva, a quel punto, lo scatto in avanti, lo step per tornare a essere competitivi. È stato un fallimento, su tutta la linea, i cinque anni di contratto a Pastore lasciando stare uno Zyech già preso, i quattro a Nzonzi, l’enigma Kluivert, le ripetute perplessità su Di Francesco difeso da Monchi al di là di ogni logica se non quella di una persona onesta e per bene, una squadra che era quella di Monchi ma che squadra non è mai stata. Forse per un errore di fondo che lo spagnolo non ha valutato sino in fondo. Cioè quella di aver costruito una rosa per il campionato spagnolo (tecnico) invece che per il calcio italiano (tattico). Il tutto, sia chiaro, fatto con un’onestà intellettuale che non si può non riconoscergli. La sua eredità si chiama Zaniolo. Sperando che, chiunque prenderà il suo posto, se lo tenga stretto.

FONTE  P.  TORRI  IL ROMANISTA

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