La pancia del tifoso – di Valeria Biotti – “Ma quindi le donne ci capiscono o no?”

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Viviamo un tempo strano. Tutti devono poter parlare di immunologia, infrastrutture, ingegneria aerospaziale. Ma di calcio? Di calcio no: solo gli “addetti ai lavori”. Meglio se maschi. Bianchi? Di una certa età. Che abbiano giocato. Vinto?
Ognuno faccia il proprio lavoro: i tifosi paghino e battano le mani. Meglio all’unisono, grazie.
Le donne facciano quello che possono, senza esagerare. Tanto a un bel sorriso si perdona tutto. Per fortuna, a volte, perfino l’essere capaci.

Caressa ha detto una cosa di una semplicità estrema, l’altra sera, al “Club”; eppure, contemporaneamente, rivoluzionaria. Se il procuratore di Icardi fosse stato un uomo – procuratore e, insieme, compagno di vita – la sovrapposizione dei ruoli sarebbe stata altrettanto inappropriata. Nessuno si è sentito di raccogliere tale sconvolgente provocazione. Già è difficile avere a che fare con le donne, ora non esageriamo!
Eppure il passaggio era fondamentale: l’elemento di genere non è influente. Si parla di persone, professionisti competenti. E allora la domanda diventa: le” donne del calcio” sono competenti?

Le generalizzazioni sono sempre errate (compresa la presente), ma si possono riconoscere delle tendenze. Figlie di luoghi e di tempi. Pertanto, è il caso di concederci un breve “riassunto delle puntate precedenti per coloro i quali siano nati ieri”.

C’è stato un tempo in cui il calcio era roba per maschi. Lo giocavano i maschi. Lo guardavano i maschi. Lo sognavano, come lavoro, carriera, i maschi. Pertanto, ne parlavano i maschi.
Poi, tra maschi, ci si è ricordati che anche l’occhio vuole la sua parte. E si è introdotta la bonazza di turno.

 Ma la società – grazie al cielo – a volte si evolve. E qualcuno ha ben pensato – in un mondo in cui si stava provando a far dire due cose sulla pace nel mondo perfino a Miss Italia – che magari ci si sarebbe potuti concedere un colpo di teatro: donne che parlano di calcio.

E’ probabile che l’equivoco sia sorto a questo punto. Intere generazioni di donne dall’intelligenza straordinaria erano cresciute con genitori  che pensavano che il pallone non fosse roba per loro. E che dovessero a tutti i costi pettinare le bambole.
Anche le migliori, dunque, curiose, determinate, si sono scontrate con una triste realtà: ciò che mastichi fin da piccolo ti entra sotto pelle. Lo studio serve, è fondamentale, ma l’imprinting ti dà un quid in più. Quel quid che resta gap tra chi ha potuto godere di un’educazione calcistica dai primi anni di vita e chi no. Poche avevano avuto una educazione “non sessista” in questo senso.

Ecco, dunque. C’è stato un tempo. Poi c’è oggi.
Perché nel frattempo sono accadute delle cose. E’ accaduto che, quando per strada prendevamo a calci una lattina, mamma non ci dicesse più che non fosse “da signorina” ma solo che non fosse educato. Al parco, giocavamo a pallone. E la domenica potevamo vedere la partita con papà.

Insomma, noi   trenta – quarantenni, siamo cresciute come Collovati qualche anno prima: guardando il calcio, giocandolo, sognando di diventare un campione.
Con quell’imprinting che fa sì che – oggi – le differenze culturali e di competenza in materia si siano azzerate.
Le affermazioni di chi dice che le donne non capiscano di calcio, più che sessiste, oggi, sono vecchie.
Che ne dite, allora: lasciamo perdere il passato e riprendiamo a parlar di pallone?

 

Fonte: Corriere dello Sport, in data 19.02.2019

Valeria Biotti trasmette, inoltre, sulle frequenze  di Centro Suono Sport 101.5 FM

Lunedì, mercoledì, venerdì (ore 14 – 16): “Io sto con Centro Suono Sport”

Martedì e giovedi (ore 20 – 22): “Abbiamo trovato Centro suono Sport”

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