La pancia del Tifoso – “Solo per il supremo interesse della Roma” di Valeria Biotti

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Siamo onesti: io e Kolarov non ci siamo mai piaciuti.
Dapprima, se nel calcio conta ancora qualcosa, per via di quel dettaglio del colore della maglia; poi, lo ammetto, per una mia incapacità nel cancellare il passato come se non fosse mai avvenuto.

Quando il Serbo è arrivato a Roma, mi sono sentita molto matura nel dichiarare: “Se farà il suo, gli dirò bravo, ma non gli vorrò mai bene”. Mi era sembrato un onorevole compromesso: l’avrei applaudito, ringraziato. Non l’avrei abbracciato ma gli avrei stretto la mano, insomma.


“Atteggiamento provinciale”, “a Milano si scambiano i giocatori da una vita”, “se è forte che ti frega”, “mica possono essere tutti Francesco Totti”, “così non si farà mai il salto di mentalità”. Tutto giusto. Ma, altro mio limite, faccio fatica accettare la morale da chi sostiene che si debbano sostituire i sentimenti con gli investimenti e, nel frattempo, è fermo ancora alla prima metà dell’opera.

 

D’altra parte – si diceva – anche a Kolarov i tifosi non sono mai piaciuti.
Certo per via di quella tendenza a voler commentare il campo “come se ci capissero qualcosa”. E come se avessero tutti gli elementi per una visione di insieme che, lei sola, in effetti, potrebbe garantire oggettività di giudizio. 

Ma “se gente smette di parlare di calcio, calcio muore” – commenta lapidario Zdeněk Zeman all’indomani delle suddette dichiarazioni – ricordando al difensore giallorosso che nel lauto stipendio di un calciatore è compresa l’indennità di “rischio chiacchiere da bar”, a cui fatalmente si viene esposti. Così come il rischio contestazione nel caso le cose non vadano bene. Perché il tifoso che paga e – ancor prima – ama, non riceve invece indennizzo alcuno. Neanche dopo 7 gol.

 

Se ci fermassimo a questo punto, sarebbe facile individuare i torti e le ragioni.
Ma, indossando tutti la stessa Maglia, non penso sia quello che oggi serva.
La priorità, infatti, è affermare, nei risultati, il supremo interesse della Roma.
Vincere. In ogni modo. Senza forme, princìpi o sottigliezze. Una roba da squadra con la maglia a strisce, per capirci. Compatibilmente con le nostre possibilità.

 

Ecco perché sono accorsi il mister in panchina e quello in campo. Il primo con il bollettino medico del calciatore, l’altro con un salvifico “fratello mio”: a rimarcare quanto Kolarov stia dando alla causa.
Indisponente quel tweet di Daniele, proprio in quel momento. Eppure, maledettamente pesato, pensato, progettato.

Siamo nuovamente onesti: io De Rossi non è che lo abbia sempre condiviso.
Sarà per quella tendenza a volte conflittuale nei confronti dei tifosi, sarà per delle scelte in campo e fuori che non mi hanno sempre fatta sentire in linea. Ma gli ho sempre riconosciuto un’intelligenza strategica fuori dal comune.
Daniele, se dice una cosa, ha scelto di dirla. Daniele, se scrive una cosa, conosce le conseguenze del gesto.

 

E allora, mi piace pensare, con tutto il fastidio del caso, che in questo momento il 16 della Roma abbia deciso che compattare l’ambiente all’interno, anche a dispetto dei tifosi, possa essere la chiave giusta perché tutti diano il massimo. Mi piace pensare che se Kolarov fa il suo non per noi, non per la maglia, ma per se stesso, per i compagni, per chi lo paga o per chi cavolo vuole lui, oggi a me può e deve andare bene lo stesso.

Perché c’è un bene superiore – maledizione – che è quello che la Roma vinca.

Facciamo un patto, però, Aleksandar. Perché so anch’io quanto sia indisponente sentirsi fischiati dopo un gol, peraltro bello. 

Io credo che quell’inchino fosse un gesto distensivo, chiudo la polemica e passo da cretina per amore della Roma. Tu, però, non chiedermi di farlo un’altra volta.

 

Fonte: Corriere dello Sport, in data 12.02.2019

Valeria Biotti trasmette, inoltre, sulle frequenze  di Centro Suono Sport 101.5 FM

Lunedì, mercoledì, venerdì (ore 14 – 16): “Io sto con Centro Suono Sport”

Martedì e giovedi (ore 20 – 22): “Abbiamo trovato Centro suono Sport”

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