Manolas: “Cuore e talento. Roma credici, si può vincere”

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 Inutile. Anche osservandolo placidamente a sedere, mentre parla e giocherella con le chiavi della sua Mercedes, ci sembra sempre di vedergli sul viso quella smorfia incredula, quelle lacrime irrefrenabili che segnarono il «fine corsa» del Barcellona in Champions League poco più di sei mesi fa. Kostas Manolas, in fondo, è questo: un guerriero greco a cui i 27 anni hanno regalato la serenità dell’ineluttabile e lo stupore del possibile. Ciò che serve alla Roma, d’altra parte, per proseguire oggi (contro la Spal) la rimonta in campionato e per vivere martedì (contro il Cska Mosca) un’altra magica notte europea.

Lei è nato Naxos, la prima isola greca che intorno al 502 a.C. si ribellò al persiano Dario, il Re dei Re, apparentemente imbattibile: nel calcio adesso a chi associa l’Impero Persiano?

«Chi mi conosce lo sa, mi piacciono le sfide, mi sento un vincente e lo sarò per tutta la mia carriera, però ora i più forti sono il Real Madrid e il Barcellona. Una volta lo erano anche le italiane, ma ora ci andiamo vicino senza vincere».

Che cosa ci frena?

«Nulla, solo il fatto che le altre sono migliori. Il Real, ad esempio, è più forte di Juve, Roma, Inter e Napoli. Guardate i bianconeri: sono andati meritatamente in finale, ma poi hanno sempre perso nettamente. D’altronde le spagnole spendono di più e hanno più campioni».

Le è mai capitato di pensare però che, se la Roma lo scorso anno avesse superato il Liverpool, in finale avreste potuto battere anche il Real e vincere la Champions League?

«In una partita secca non si sa mai ciò che può succedere. Magari segnavamo per primi, o loro prendevano un “rosso”. Se fossimo stati in una serata come quella contro il Barcellona, avremmo potuto battere chiunque. Insomma, avremmo potuto alzare noi la Coppa…».

È vero che lei si carica vedendo le immagini di quella partita?

«Sì, è stato il giorno più bello della mia vita calcistica. Ma ovviamente non è stato solo merito mio. La fortuna è stata che il terzo gol l’ho fatto io, però nel calcio si vince tutti insieme».

Ora arrivano la Spal e il Cska: secondo lei perché l’Olimpico in Europa è una fortezza, mentre in Serie A no?

«Non me lo spiego. Io entro sempre per vincere. Certo, l’atmosfera in Champions è più bella rispetto a quella della Serie A. Noi abbiamo davvero bisogno dei nostri tifosi. Se lo stadio fosse stato sempre pieno, saremmo stati più forti. Ve l’assicuro al 100%. giocatori sentono la differenza. Infatti, tranne quando abbiamo perso col Bayern Monaco, non ricordo una partita con l’Olimpico esaurito in cui abbiamo fatto brutta figura. Forse mai».

Si sbilanci: quali saranno per lei le semifinaliste di Champions?

«Psg, Juventus, Barcellona e Real. Magari posso togliere la Juve e mettere il City, non lo so… La Roma non la dico perché non siamo tra le favorite, ma ce la possiamo giocare con tutti. Certo, col Real abbiamo subito troppo, ma eravamo nel nostro momento peggiore. Li aspettiamo al ritorno, e vedrete che all’Olimpico sarà diverso».

A proposito di stadi, giocare al Karaiskakis, quello dell’Olympiacos, è davvero da brividi?

«Sì, mi manca troppo. Il giorno che la Roma avrà il proprio impianto, vedrete la differenza. Io spero di giocarci senza essere troppo vecchio. Basti pensare all’effetto dello stadio della Juve. Un impianto del genere, con tifosi come i nostri, può darti facile 10 punti in più a campionato».

Col Cska l’Olimpico forse non sarà pieno, ma lei come la vede?

«I russi hanno cambiato tanto, ma hanno esperienza di Champions. Non sarà facile, ma abbiamo l’obbligo di vincere se vogliamo passare il turno. Siamo più forti di loro, ma occorre dimostrarlo».

Vero che lei è più amato a Roma che in Grecia?

«Non lo so, ma l’amore che mi dimostrano i tifosi italiani è enorme. E non solo della Roma. In estate, a Naxos, c’erano juventini, milanisti, interisti… tutti volevano farsi fotografare con me. Insomma, mi rispettano. E questo mi piace tanto».

Il calcio è un vizio di famiglia: chi è più forte lei o suo zio Stelios Manolas, ricordato come uno dei grandi del calcio ellenico?

«Lui giocava vent’anni fa ed è era il più forte di tutti, nettamente. Io non posso dire di essere il migliore. Devo farlo vedere in campo».

La politica della Roma prevede ogni anno cessioni importanti e nuovi arrivi. Lei, rimanendo, ora è quasi un veterano. Sente la responsabilità di essere tra quelli che devono guidare il gruppo?

«L’unica responsabilità che sento è di aiutare la Roma a vincere. Non mi sento leader, non sono il capitano. Non conta il fatto che sia qui da anni. Tutti siamo uguali nello spogliatoio. Ora sono venuti giocatori giovani e forti, che hanno bisogno del nostro aiuto. Io ci sono. Ma l’unica cosa che posso promettere è di dare tutto».

Le tante cessioni creano disagio per chi resta o possono essere uno stimolo per dare qualcosa in più?

«Un anno fa abbiamo perso Salah, Rudiger e Paredes, quest’anno Nainggolan, Strootman e Alisson. Perdiamo sempre giocatori, ma la Roma rimane in alto. Una squadra non dipende mai da uno o due. Vero che sono partiti campioni – altrimenti non li avrebbero acquistati grandi squadre – ma ne sono arrivati di altrettanti forti. Certo, sono giovani, hanno bisogno di crescere, ma sono convinto che ci daranno una grossa mano».

Perché avete avuto un inizio così difficile? C’è stato bisogno di un ritiro per ricompattarvi?

«Bisogna avere personalità per uscire da certi momenti, ma non penso che sia stato il ritiro a farci venir fuori. Per me anzi le cose diventano più difficili, perché non vedo la famiglia. Non è che in ritiro diventi più forte o ti cambia la mentalità. Per fortuna nelle ultime 4 partite abbiamo ritrovato il gioco e la compattezza in difesa. Speriamo di continuare, ma l’essere usciti dal tunnel dimostra che siamo forti».

La Roma ha una mentalità vincente?

«Io sono qui da cinque anni e non ho ancora vinto niente. In passato invece avevo vinto sia all’Aek che all’Olympiacos. Questa squadra ha bisogno di vincere. Certo, la Juventus è sempre stata la più forte, ed anche quest’anno lo è. E’ difficile vincere lo scudetto, la verità è questa. Loro ogni anno prendono giocatori super e migliorano perché vogliono vincere anche la Champions. Però l’anno scorso, sbagliando solo una partita, a Liverpoool, siamo arrivati ad un passo dalla Coppa più importante. Perciò niente è impossibile. Io sono convinto che pian piano la mentalità vincente si possa costruire».

Allora ha ragione Totti quando dice che in campionato si gioca per il secondo posto.

«Per me sì. La Juve ha tre formazioni, tutte fortissime. In panchina ha Bernardeschi, Douglas Costa, Dybala, Cuadrado, Benatia, Barzagli, Rugani. La Roma però deve restare tra quelle che mettono pressione restando attaccate fino alla fine, come abbiamo sempre fatto negli ultimi anni. Dietro i bianconeri, ci sono Roma, Inter, Milan e Napoli. Alla pari. E non vedo l’ora d’incontrare Ronaldo e tutti loro, perché a me piacciono le sfide».

E’ stato portato qui da Sabatini, ora c’è Monchi: differenze?

«Due grandi professionisti. Sabatini lo ringrazierò tutta la vita. È stato lui a scegliermi. Dopo il Mondiale mi disse: “Ti senti pronto per questa sfida?”. E io risposi: “Certo, io sono sempre pronto”. Con Monchi ho rinnovato il contratto, e penso di averlo meritato. Lo scorso anno potevo andare via 2-3 volte, non l’ho fatto ed ho vissuto la mia migliore stagione qui»

Lei ha una clausola di rescissione di 36 milioni: non troppo alta per uno della sua caratura. Ridiscuterà il contratto per toglierla o alzarla?

«Non sono mai stato contattato per farlo. Io ho ancora 4 anni di contratto. Comunque per me la clausola non è così bassa… Adesso il calcio è andato fuori dal normale, perciò se la Roma la considera non adeguata, mi può chiamare per discutere».

È vero che lei l’anno scorso non andò allo Zenit per un problema di cambio fra rubli e dollari?

«Certo. Ho visto che tutto era in rubli, ho chiesto di cambiare e loro mi hanno risposto di no. Allora ho detto: “Guardate, se me ne vado, poi anche se fate come dico, non torno più”. Mi hanno confermato il no. Poi giorni dopo mi hanno richiamato, ma io non sono tornato. Era destino».

Pensa che potrebbe restare per sempre alla Roma?

«Be’, se arrivasse una squadra come il Real o il Barcellona, a parte Totti che rifiutò, non c’è nessuno che non ci penserebbe. Poi bisognerebbe valutare le condizioni, perché non è facile per nessuno lasciare la Roma, ve l’assicuro».

Le ha fatto piacere l’applauso riservatole dai tifosi del Real al Bernabeu per ringraziarla del gol che eliminò il Barcellona?

«Neanche li ho sentiti, però dopo quella rete mi sono arrivati tanti messaggi dai tifosi madridisti e ho visto anche un video su quando mi hanno applaudito all’annuncio del mio nome».

È vero che dopo aver rinnovato il contratto, Totti le ha dato un (amichevole) calcio al sedere?

«Francesco può fare quello che vuole, è amico mio. Lui è stato fondamentale per convincermi a restare. Ho parlato più con lui che con Monchi».

Lei pianse al suo addio al calcio: crede che ci sarà mai più in uno stadio un’emozione collettiva come quella?

«Non lo so. Forse quando lasceranno Ramos o Messi».

Lei è un giocatore duro e un tipo deciso, ha sempre detto che in campo non teme nessuno, neppure Messi e Ronaldo. Qualcuno le ha mai fatto paura?

«Uno solo: Ibrahimovic. Contro di lui non potevo fare niente. È due volte più grande. Troppo più forte di me. Quando senti uno che ti è superiore fisicamente, è dura».

A Schick servirebbe di stare un po’ con uno come Ibra per crescere nel carattere?

«Patrik è forte, tecnico, veloce. Gli manca solo di dimostrarlo in partita. In campo deve mettere un po’ più di cattiveria. Occorre che segni per sbloccarsi, perché Roma non è una piazza facile. Ma bisogna aspettarlo, io sono convinto che verrà fuori, perché lui tecnicamente è fortissimo»

Monchi dice che lei è fra i 5 difensori più forti: conferma?

«Non saprei. C’è Varane, che per me è il migliore di tutti, e Ramos, Umtiti, Chiellini, Van Dijk… Ma le classifiche dovete farle voi».

A proposito di sfide: si ricorda che, se segnerà 10 gol, il presidente Pallotta le ha promesso una Lamborghini?

«È dura, solo Sergio Ramos ne fa così tanti. Ma credetemi: preferisco rinunciare ai 10 gol e vedere la Roma in alto. Sarei più felice così». Difficile dargli torto. D’altronde anche questo, in fondo, è un modo per andare veloci nella vita.

fonte   GAZZETTA DELLO SPORT – PUGLIESE, CECCHINI

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