Pensieri e parole, così Di Francesco si è ripreso il gruppo

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– In tutti gli eserciti, la vecchia guardia è sempre stata composta da truppe fedeli, ma nel calcio non sempre va così. Si sussurrava, ad esempio, che a Trigoria tre leader come Dzeko, Kolarov e Fazio avessero delle perplessità sulle idee di Di Francesco (Anno Secondo) e che non avrebbero più giocato alla morte per lui. Tutto falso. Il serbo, addirittura, è sceso in campo nel derby con un dito del piede sinistro rotto ed è stato protagonista, andando poi a far pace con quei tifosi della Tevere che col Chievo l’avevano contestato e a cui aveva rivolto un gestaccio; l’argentino è stato punto nell’orgoglio dopo l’errore che aveva causato il pari ed è andato a riprendersi quello che gli era stato tolto e infine il bosniaco – descritto nervoso all’intervallo – a fine partita è stato rincuorato dall’allenatore e Totti. Come dire, il digiuno da gol (giunto finora a 7 partite) non è un problema per Di Francesco. Anzi, l’allenatore è convinto che il Viktoria Plzen potrebbe essere l’amuleto da strofinare per far terminare l’incantesimo negativo di cui è vittima il centravanti, visto che due anni fa in casa Dzeko ai cechi ha segnato addirittura una tripletta. Quanto basta, insomma, per tornare a essere tutti felici.

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Dimenticate le folle plaudenti che aspettavano Kluivert e Pastore. Il 24 giugno ad attendere Davide Santon a Fiumicino c’era una sola persona: il direttore sportivo Monchi. Gran parte dell’eroico popolo del web giallorosso, infatti, ringhiava contro l’ex interista, peraltro dileggiato con altrettanta ferocia dai tifosi nerazzurri. Poco più di tre mesi più tardi, invece, all’improvviso in tanti scoprono che era un po’ presto per intonare il «de profundis» per un ragazzo di 27 anni, che ha tecnica e fisico da vendere, oltre a una duttilità che gli consente di giocare su entrambe la fasce. Le prestazioni contro Frosinone e Lazio raccontano che nelle gerarchie ha già scavalcato il potenziale d’inizio stagione (Karsdorp) e ora si candida per essere anche qualcosa di più dell’alternativa a Florenzi. Morale: con l’Europa alle porte, meglio non sottovalutare l’unico della rosa che ha vinto una Champions (con l’Inter nel 2010). Di rigenerazioni riuscite, in fondo, è pieno il mondo del calcio. E questo può valere anche per Olsen, che di partita in partita sta trovando il dono dell’affidabilità. D’altronde, forse è solo questo il segreto per essere ottimisti.

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Qualcuno, una volta, aveva il sogno di una Roma solo di romani, in stile Athletic Bilbao. Impossibile, ovvio, però. I romani, però, hanno avuto un ruolo importante nelle resurrezione della squadra, non solo perché Pellegrini ha segnato, e De Rossi e Florenzi hanno fatto i capitani da par loro. Sfruttando il vento che soffia nelle vele Totti, i figli della Capitale proprio nel derby hanno trovato un ruolo centrale, e pazienza che l’infiammazione al ginocchio toglierà di scena De Rossi fino a dopo la sosta (così come Pastore e Perotti). «Per noi romani il derby è sempre un po’ particolare – spiega Pellegrini a Roma Radio –, ma vincerlo segnando e facendo una grande partita tutta la squadra è magnifico». Ciò che occorre per cancellare nervosismi. «Io non credo al “ce l’ha con l’allenatore o col compagno di squadra”’. Ma se un giocatore non gioca, “je rode er culo”. Sempre. È la normalità». Vero, ma i romani hanno capito che dalle difficoltà se ne poteva uscire solo insieme. Con un’avvertenza finale: «Ricordiamoci che non eravamo scarsi prima e non siamo fenomeni adesso». Vuoi vedere che questa saggezza può essere l’anticamera dell’ambizione?

FONTE    GAZZETTA DELLO SPORT – PUGLIESE, CECCHINI 

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